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30 anni di divulgazione e intrattenimento… Auguri Discovery!

Il 17 giugno 1985 nasceva Discovery Channel.

Nato dall’intuizione di John Hendricks (fondatore di Discovery Communications), il canale esordì negli Usa con il documentario Iceberg Alley, visto allora da 150 mila famiglie. Per festeggiare il compleanno, Discovery Communications realizzerà una serie di iniziative che culmineranno, a dicembre, con la messa in onda in contemporanea in 220 Paesi (tra questi, naturalmente l’Italia, dove Discovery Channel/+1 è visibile su Sky in Hd ai canali 401 e 402) di Racing Extinction. Il documentario, firmato dal Premio Oscar Louie Psihoyos, racconta il mondo delle specie in pericolo di estinzione.

Da alcuni anni sono la voce italiana del canale di cui ho seguito l’evoluzione. Un’esperienza che mi ha dato tanto e alla quale ho dato una parte di me con grande entusiasmo.

Eventi

Il visual storytelling di Steve Mc Curry

Venerdi 5 giugno ho assistito a un bell’esempio di visual storytelling, sul piazzale del Museo della Scienza e della Tecnica di Milano. Andava in scena il videomapping della mostra di Steve Mc Curry “From these hands: a journey through the coffee trail”, realizzata per Lavazza. Gli ingredienti c’erano tutti. Il fotografo, una serie di scatti che avevano in comune l’essere realizzati in regioni produttrici di caffè, un lavoro artistico che ha in modo sublime trasformato la facciata del museo con i famosi colori degli scatti del maestro, un pubblico vario e numeroso. Il visual storytelling supportato dalle imprese si declina con gli eventi dal vivo in modo efficace, e non è soltanto merito di una delle grandi firme della fotografia mondiale, che preferisco con in mano la macchina fotografica, piuttosto che una tazzina.

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Lo star wars effect…

  Truppe di cosplay avanzano per le strade di Milano, appassionati di ogni generazione collezionano sequel e prequel con tutto quello che sta in mezzo. Il fenomeno Star Wars è quanto di più ineffabile, se pensiamo al successo che gode su un pubblico assolutamente trasversale. Diverso è il discorso per quanto riguarda l’effetto emotivo del mondo di Star Wars, a cominciare dalla musica. Aiutato da un post comparso su Slate qualche settimana fa, mi sono fatto ispirare per uno dei miei soliti divertissement sonori. L’effetto Star Wars è anche merito della colonna sonora, e il bello è che possiamo contaminare ogni momento della nostra vita. Enjoy!

 

Dart Fener, Obi One o...?
Dart Fener, Obi One o…?
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La polvere di fata si chiama storytelling…

Racconto storie da diversi anni, ormai. Ora che ho i muscoli allenati e il fiato corto, comincio a riflettere sul senso e sul farlo meglio, con metodo. In tono ironico, senza prenderla sul serio, comincio con un piccolo contributo sonoro, mentre con Cast4 il dibattito sul narrare va avanti con maggiore impulso e profondità.

 

 

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Arrendetevi, siete circondati!

 

Almeno un terzo della nostra vita (sì, sottolineiamo “almeno”…) la trascorriamo lavorando. Altri non lo fanno,  a volte è fortuna, più spesso sfiga. Il punto è trasformare questa parte fondamentale della nostra vita in occasione di crescita, arricchimento e – diciamocelo – divertimento. Non c’è niente di male nel lavorare divertendosi, con leggerezza, proprio la virtù che favorisce la creatività. Ma non è un aspetto che caratterizza questo momento in particolare. Certi giorni mi sento circondato da continue lamentele su come si lavora male, come ci si senta al centro di processi poco efficienti, come si sia sottoutilizzati, o – peggio – mortificati nelle proprie competenze.

La sensazione che un complotto stia stringendo le sue maglie attorno alla nostra sfera lavorativa trasforma la nostra percezione della realtà, ci fa diventare vittime di un’ossessione.

Anche voi passate il tempo dedicato al lavoro a dribblare rompimenti? Fate questa verifica: se questo genere di scocciature si prolungano anche durante la sfera privata, siete sotto scacco, dovete smarcarvi e in qualche modo mettervi in discussione.

Più difficile immaginare che sia il sistema a produrre rompiballe con il solo scopo di guastarci la festa.

Buon ascolto!

Giac

v

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Crypt-a-voice

Leggo distratto, mi informo distratto, guido distratto, telefono distratto, distraggo amici dal vivo per rispondere distrattamente a wazzappini.

Che ansia… Basta, mi fermo un po’. Cerco di ascoltare di più. Di parlare meglio, di dire meno cose. Ma importanti eh!

Eventi

Non posto più sui social: sono troppo occupato a…

Posto o non posto questa foto in canottiera?
Lo dico che quel film mi ha fatto schifo o è da stupidi?
Diamine, non mi viene in mente niente di divertente da condividere… Adesso cosa mi invento?
Con quale linguaggio scriverò questo post, simpatico e diretto o il più possibile informativo e serioso?
Se qualcuno di voi sostiene di non avere mai pensato in questi termini, beh, primo non ci credo, secondo state vivendo la vostra vera vita… O quella di qualcun’altro.

Luca Di Biase ha una barba scapigliata che lo rende simpatico, mi rcorda lo scrittore Mauro Corona, dal quale lo separano argomenti e idee. Eppure mi dico che è strano, che quei due si assomigliano in qualche modo, che magari sono anche amici. Tecnologia e contemplazione si toccano attraverso la trascuratezza di una barba… Fantasticherie.
Di Biase, giornalista e scrittore con una discreta predilezione per le tecnologie (giusto per non fargli il torto di definirlo “specializzato”) ha appena scritto “Homo pluralis”, un volume che mette al centro il tema del rapporto tra uomini e macchine, per usare un termine pre-rivoluzione digitale.
Stanno per invaderci applicazioni che condivideranno automaticamente in rete momenti della nostra quotidianità, scegliendo il grado di intensità, importanza, emozione, risparmiandoci la fatica di fermarci nella corsa della vita per fissare il nostro momento e condividerlo con la nostra comunità sociale.
Come faremo a mantenere il controllo nel sempre più autonomo agire di applicazioni e software in stretta relazione alla nostra esperienzialità quotidiana?
Mi sento perfettamente al centro della questione, come non-nativo digitale alle prese con tweet e post sul mio sito, su Facebook, eccetera. Ecco, questo mi interessa proprio: quei meccanismi che rendono automatico il processo di condivisione della nostra vita non è che a lungo andare ci porteranno ad accettare l’idea che la privacy sia un ostacolo a una sana e vitale socialità, così come voler in qualche modo apparire interessanti, coinvolgenti, lasciatemi dire, “narrativi”, non ci porta a distorcere comportamenti, valori, idee, identità? Sì lo so, solo domande. Ancora:
In nome di quale narrazione dovremmo prestarci a questa consuetudine?
In gioco c’è molto più dell’immagine di qualche tramonto o di un selfie con il personaggio famoso.
Il punto è accettare di vivere esperienze in modalità diverse rispetto a quello che i nostri interessi, attitudini, semplici “voglie” ci suggerirebbero di fare, solo perché siamo sotto l’occhio costante di un grande fratello liquido… Paura!
Diventiamo soggetti narranti di vite che in qualche modo non ci appartengono pienamente, o peggio, oggetto di un’omologazione strisciante, mentre invece pensiamo proprio il contrario.

Beh, vediamola in positivo: almeno siamo entrati in una dimensione narrativa nella quale siamo soggetti-centri attivi di produzione culturale, in senso antropologico, s’intende. Un gran casino di soggetti narranti che da una parte ci piace, perché azzera la distanza con i mediatori culturali che ci hanno sempre detto cosa vedere, applaudire, comprare, dall’altra ci fa incazzare, perché chi te l’ha detto che hai gli strumenti giusti per compiere liberamente una scelta nel mare di informazioni disponibili, eppoi siamo veramente in una democrazia culturale?
De Biase ci parla di narrazione tecnologica, ovvero del racconto di un mondo che sta preparando l’ennesima, e per molti di noi – me compreso – incomprensibile rivoluzione tecnologica.
Io afferro il concetto e mi rendo conto che tra i due soggetti narranti (chi gestisce l’evoluzione della bio cibernetica alle porte e noi singoli condivisori di esperienze sotto forma di aneddoti più o meno letterari), c’è una bella differenza. A loro la direzione delle modalità, dettarci momenti di consumo e modi dell’utilizzo delle nuove tecnologie, a noi l’incanalarci in una strada tracciata che suggerisce ritmi di vita, orientamenti culturali, comportamenti, bisogni.
Staremo a vedere. Mio figlio, che ha beneficiato del web come mezzo di interazione libero, mentre si fa una partita con la Play insieme ad altri giocatori connessi con lui in svariate parti del mondo, mi dice che non prenderà la “quattro”, perché da quel modello in poi bisogna pagare un abbonamento per andare in internet. Da una parte ammiro la sua autonomia, dall’altra mi rammarico per come uno strumento nato libero come il web sia stravolto e utilizzato come base per generare finti servizi e veri utili. Tim Berners Lee quando ha inventato l’ipertesto e insieme al suo collega Cailleau il web, aveva un’altra idea, forse.
De Biase squarcia nuovi modi che possono dispiegare una nuova opportunità. Piattaforme civiche che aggregano sulla base di interessi specifici e non di “mi piace” generici, generatori di interazioni che creano valore e sostenibilità.
Vado a mangiarmi una pizza con mio figlio. Non c’è campo e questa volta vi faccio il favore di non postarvi il cornicione, eh?

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Registrazione numero zero… il mio “punto nave”

Inizia con un messaggio in bottiglia una serie di post sonori nei quali unisco insieme pensieri e forma. I pensieri sono utile a ricordarci che io non sono una voce e voi avete delle orecchie connesse al cuore. La forma è a beneficio di chi con le voci e i narratori ci lavora.

Mi sono sentito un naufrago della radiofrequenza, un guastatore delle onde elettromagnetiche. Enjoy…

Eventi

Io, Camille

Accolgo l’invito di Angelo, felice che si sia cimentato in una regia, felice che possa portare al Filodrammatici il suo lavoro. Sono distratto, non bado neanche alla natura dello spettacolo. Certo, so di Camille Claudel, ho portato alla radio una puntata su di lei e Auguste Rodin, quel periodo poi mi affascina particolarmente, ma non ho il tempo di immaginarmi come possa essere portato in scena. Angelo l’ho perso di vista un paio di anni fa, da quando Destini non si incide più. Lui da attore ha prestato la voce ai personaggi più ribelli e “maledetti”. Abbiamo riso e sputato sangue insieme. Quindi vado, da solo, maledicendo il solito traffico del venerdì sera.

Allora, siamo sinceri: quando ho visto la sedia nella scena vuota, la bacinella d’acqua sulla destra del palco, ho temuto di assistere a un monologo più vicino a un esercizio di stile che a un’opera teatrale. E invece…

Mi sono immerso per un’ora nel buio di Camille, nei pochi squarci di luce, nel grande amore incapace di incanalarsi verso una strada.

E allora battiamo le mani all’interprete, una sorprendente (ma solo per me, immagino) Silvia Lorenzo, al testo di Chiara Pasetti e alla regia di Angelo Donato Colombo, col quale ci facciamo una birra presto, molto presto…

Io, Camille è in scena al Filodrammatici fino al 14 febbraio. Muovetevi.