Non posto più sui social: sono troppo occupato a vivere…

By mercoledì, marzo 11, 2015 0

Posto o non posto questa foto in canottiera?
Lo dico che quel film mi ha fatto schifo o è da stupidi?
Diamine, non mi viene in mente niente di divertente da condividere… Adesso cosa mi invento?
Con quale linguaggio scriverò questo post, simpatico e diretto o il più possibile informativo e serioso?
Se qualcuno di voi sostiene di non avere mai pensato in questi termini, beh, primo non ci credo, secondo state vivendo la vostra vera vita… O quella di qualcun’altro.

Luca Di Biase ha una barba scapigliata che lo rende simpatico, mi rcorda lo scrittore Mauro Corona, dal quale lo separano argomenti e idee. Eppure mi dico che è strano, che quei due si assomigliano in qualche modo, che magari sono anche amici. Tecnologia e contemplazione si toccano attraverso la trascuratezza di una barba… Fantasticherie.
Di Biase, giornalista e scrittore con una discreta predilezione per le tecnologie (giusto per non fargli il torto di definirlo “specializzato”) ha appena scritto “Homo pluralis”, un volume che mette al centro il tema del rapporto tra uomini e macchine, per usare un termine pre-rivoluzione digitale.
Stanno per invaderci applicazioni che condivideranno automaticamente in rete momenti della nostra quotidianità, scegliendo il grado di intensità, importanza, emozione, risparmiandoci la fatica di fermarci nella corsa della vita per fissare il nostro momento e condividerlo con la nostra comunità sociale.
Come faremo a mantenere il controllo nel sempre più autonomo agire di applicazioni e software in stretta relazione alla nostra esperienzialità quotidiana?
Mi sento perfettamente al centro della questione, come non-nativo digitale alle prese con tweet e post sul mio sito, su Facebook, eccetera. Ecco, questo mi interessa proprio: quei meccanismi che rendono automatico il processo di condivisione della nostra vita non è che a lungo andare ci porteranno ad accettare l’idea che la privacy sia un ostacolo a una sana e vitale socialità, così come voler in qualche modo apparire interessanti, coinvolgenti, lasciatemi dire, “narrativi”, non ci porta a distorcere comportamenti, valori, idee, identità? Sì lo so, solo domande. Ancora:
In nome di quale narrazione dovremmo prestarci a questa consuetudine?
In gioco c’è molto più dell’immagine di qualche tramonto o di un selfie con il personaggio famoso.
Il punto è accettare di vivere esperienze in modalità diverse rispetto a quello che i nostri interessi, attitudini, semplici “voglie” ci suggerirebbero di fare, solo perché siamo sotto l’occhio costante di un grande fratello liquido… Paura!
Diventiamo soggetti narranti di vite che in qualche modo non ci appartengono pienamente, o peggio, oggetto di un’omologazione strisciante, mentre invece pensiamo proprio il contrario.

Beh, vediamola in positivo: almeno siamo entrati in una dimensione narrativa nella quale siamo soggetti-centri attivi di produzione culturale, in senso antropologico, s’intende. Un gran casino di soggetti narranti che da una parte ci piace, perché azzera la distanza con i mediatori culturali che ci hanno sempre detto cosa vedere, applaudire, comprare, dall’altra ci fa incazzare, perché chi te l’ha detto che hai gli strumenti giusti per compiere liberamente una scelta nel mare di informazioni disponibili, eppoi siamo veramente in una democrazia culturale?
De Biase ci parla di narrazione tecnologica, ovvero del racconto di un mondo che sta preparando l’ennesima, e per molti di noi – me compreso – incomprensibile rivoluzione tecnologica.
Io afferro il concetto e mi rendo conto che tra i due soggetti narranti (chi gestisce l’evoluzione della bio cibernetica alle porte e noi singoli condivisori di esperienze sotto forma di aneddoti più o meno letterari), c’è una bella differenza. A loro la direzione delle modalità, dettarci momenti di consumo e modi dell’utilizzo delle nuove tecnologie, a noi l’incanalarci in una strada tracciata che suggerisce ritmi di vita, orientamenti culturali, comportamenti, bisogni.
Staremo a vedere. Mio figlio, che ha beneficiato del web come mezzo di interazione libero, mentre si fa una partita con la Play insieme ad altri giocatori connessi con lui in svariate parti del mondo, mi dice che non prenderà la “quattro”, perché da quel modello in poi bisogna pagare un abbonamento per andare in internet. Da una parte ammiro la sua autonomia, dall’altra mi rammarico per come uno strumento nato libero come il web sia stravolto e utilizzato come base per generare finti servizi e veri utili. Tim Berners Lee quando ha inventato l’ipertesto e insieme al suo collega Cailleau il web, aveva un’altra idea, forse.
De Biase squarcia nuovi modi che possono dispiegare una nuova opportunità. Piattaforme civiche che aggregano sulla base di interessi specifici e non di “mi piace” generici, generatori di interazioni che creano valore e sostenibilità.
Vado a mangiarmi una pizza con mio figlio. Non c’è campo e questa volta vi faccio il favore di non postarvi il cornicione, eh?

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