Il gusto di raccontare con leggerezza… Nascono le Vinyl…

Ci siamo divertiti come dei matti il 2 febbraio 2017 all’ultima edizione della vinyl night in Cast4. Eravamo una cinquantina, c’era il cibo straordinario di Rita, il vino charmant di Alessandro, insomma grande festa! Vinyl Night è un format che funziona così tanto e che io e il mio amico Memphis abbiamo deciso di testarlo anche fuori dalle pareti avvolgenti e dalla cerchia di amici appassionati. Altri sei vinili, altre sei storie ci aspettano a Maggio. Vi terrò aggiornati, ci sarete, vero? Per info scrivetemi a giacomo@giacomozito.com

Il visual storytelling di Steve Mc Curry

Venerdi 5 giugno ho assistito a un bell’esempio di visual storytelling, sul piazzale del Museo della Scienza e della Tecnica di Milano. Andava in scena il videomapping della mostra di Steve Mc Curry “From these hands: a journey through the coffee trail”, realizzata per Lavazza. Gli ingredienti c’erano tutti. Il fotografo, una serie di scatti che avevano in comune l’essere realizzati in regioni produttrici di caffè, un lavoro artistico che ha in modo sublime trasformato la facciata del museo con i famosi colori degli scatti del maestro, un pubblico vario e numeroso. Il visual storytelling supportato dalle imprese si declina con gli eventi dal vivo in modo efficace, e non è soltanto merito di una delle grandi firme della fotografia mondiale, che preferisco con in mano la macchina fotografica, piuttosto che una tazzina.

Non posto più sui social: sono troppo occupato a…

Posto o non posto questa foto in canottiera?
Lo dico che quel film mi ha fatto schifo o è da stupidi?
Diamine, non mi viene in mente niente di divertente da condividere… Adesso cosa mi invento?
Con quale linguaggio scriverò questo post, simpatico e diretto o il più possibile informativo e serioso?
Se qualcuno di voi sostiene di non avere mai pensato in questi termini, beh, primo non ci credo, secondo state vivendo la vostra vera vita… O quella di qualcun’altro.

Luca Di Biase ha una barba scapigliata che lo rende simpatico, mi rcorda lo scrittore Mauro Corona, dal quale lo separano argomenti e idee. Eppure mi dico che è strano, che quei due si assomigliano in qualche modo, che magari sono anche amici. Tecnologia e contemplazione si toccano attraverso la trascuratezza di una barba… Fantasticherie.
Di Biase, giornalista e scrittore con una discreta predilezione per le tecnologie (giusto per non fargli il torto di definirlo “specializzato”) ha appena scritto “Homo pluralis”, un volume che mette al centro il tema del rapporto tra uomini e macchine, per usare un termine pre-rivoluzione digitale.
Stanno per invaderci applicazioni che condivideranno automaticamente in rete momenti della nostra quotidianità, scegliendo il grado di intensità, importanza, emozione, risparmiandoci la fatica di fermarci nella corsa della vita per fissare il nostro momento e condividerlo con la nostra comunità sociale.
Come faremo a mantenere il controllo nel sempre più autonomo agire di applicazioni e software in stretta relazione alla nostra esperienzialità quotidiana?
Mi sento perfettamente al centro della questione, come non-nativo digitale alle prese con tweet e post sul mio sito, su Facebook, eccetera. Ecco, questo mi interessa proprio: quei meccanismi che rendono automatico il processo di condivisione della nostra vita non è che a lungo andare ci porteranno ad accettare l’idea che la privacy sia un ostacolo a una sana e vitale socialità, così come voler in qualche modo apparire interessanti, coinvolgenti, lasciatemi dire, “narrativi”, non ci porta a distorcere comportamenti, valori, idee, identità? Sì lo so, solo domande. Ancora:
In nome di quale narrazione dovremmo prestarci a questa consuetudine?
In gioco c’è molto più dell’immagine di qualche tramonto o di un selfie con il personaggio famoso.
Il punto è accettare di vivere esperienze in modalità diverse rispetto a quello che i nostri interessi, attitudini, semplici “voglie” ci suggerirebbero di fare, solo perché siamo sotto l’occhio costante di un grande fratello liquido… Paura!
Diventiamo soggetti narranti di vite che in qualche modo non ci appartengono pienamente, o peggio, oggetto di un’omologazione strisciante, mentre invece pensiamo proprio il contrario.

Beh, vediamola in positivo: almeno siamo entrati in una dimensione narrativa nella quale siamo soggetti-centri attivi di produzione culturale, in senso antropologico, s’intende. Un gran casino di soggetti narranti che da una parte ci piace, perché azzera la distanza con i mediatori culturali che ci hanno sempre detto cosa vedere, applaudire, comprare, dall’altra ci fa incazzare, perché chi te l’ha detto che hai gli strumenti giusti per compiere liberamente una scelta nel mare di informazioni disponibili, eppoi siamo veramente in una democrazia culturale?
De Biase ci parla di narrazione tecnologica, ovvero del racconto di un mondo che sta preparando l’ennesima, e per molti di noi – me compreso – incomprensibile rivoluzione tecnologica.
Io afferro il concetto e mi rendo conto che tra i due soggetti narranti (chi gestisce l’evoluzione della bio cibernetica alle porte e noi singoli condivisori di esperienze sotto forma di aneddoti più o meno letterari), c’è una bella differenza. A loro la direzione delle modalità, dettarci momenti di consumo e modi dell’utilizzo delle nuove tecnologie, a noi l’incanalarci in una strada tracciata che suggerisce ritmi di vita, orientamenti culturali, comportamenti, bisogni.
Staremo a vedere. Mio figlio, che ha beneficiato del web come mezzo di interazione libero, mentre si fa una partita con la Play insieme ad altri giocatori connessi con lui in svariate parti del mondo, mi dice che non prenderà la “quattro”, perché da quel modello in poi bisogna pagare un abbonamento per andare in internet. Da una parte ammiro la sua autonomia, dall’altra mi rammarico per come uno strumento nato libero come il web sia stravolto e utilizzato come base per generare finti servizi e veri utili. Tim Berners Lee quando ha inventato l’ipertesto e insieme al suo collega Cailleau il web, aveva un’altra idea, forse.
De Biase squarcia nuovi modi che possono dispiegare una nuova opportunità. Piattaforme civiche che aggregano sulla base di interessi specifici e non di “mi piace” generici, generatori di interazioni che creano valore e sostenibilità.
Vado a mangiarmi una pizza con mio figlio. Non c’è campo e questa volta vi faccio il favore di non postarvi il cornicione, eh?

Io, Camille

Accolgo l’invito di Angelo, felice che si sia cimentato in una regia, felice che possa portare al Filodrammatici il suo lavoro. Sono distratto, non bado neanche alla natura dello spettacolo. Certo, so di Camille Claudel, ho portato alla radio una puntata su di lei e Auguste Rodin, quel periodo poi mi affascina particolarmente, ma non ho il tempo di immaginarmi come possa essere portato in scena. Angelo l’ho perso di vista un paio di anni fa, da quando Destini non si incide più. Lui da attore ha prestato la voce ai personaggi più ribelli e “maledetti”. Abbiamo riso e sputato sangue insieme. Quindi vado, da solo, maledicendo il solito traffico del venerdì sera.

Allora, siamo sinceri: quando ho visto la sedia nella scena vuota, la bacinella d’acqua sulla destra del palco, ho temuto di assistere a un monologo più vicino a un esercizio di stile che a un’opera teatrale. E invece…

Mi sono immerso per un’ora nel buio di Camille, nei pochi squarci di luce, nel grande amore incapace di incanalarsi verso una strada.

E allora battiamo le mani all’interprete, una sorprendente (ma solo per me, immagino) Silvia Lorenzo, al testo di Chiara Pasetti e alla regia di Angelo Donato Colombo, col quale ci facciamo una birra presto, molto presto…

Io, Camille è in scena al Filodrammatici fino al 14 febbraio. Muovetevi.

 

Peggio dell’essere sfruttati? Non esserlo.

Sono andato a vedere la lectio di Zygmunt Bauman al teatro Parenti, lo scorso giovedì (5 febbraio 2015). Non conoscevo molto sul suo conto; a caccia come sono di contributori sul tema del racconto, sono l’unico in redazione che può farci un salto. Ascoltare una lectio da un punto di vista preciso, può essere deludente perché preclude la possibilità di apprezzare altri aspetti, o al contrario può sorprendere perché attiva connessioni impreviste. Innanzitutto è un grande narratore, per stare nel nostro: lieve ironia, ammorbidita dall’età, e una grande capacità di tenere la scena con le sue carte sulle ginocchia, il microfono in mano… Aveva un’idea precisa in testa: dopo poche battute si capiva che la lectio si sarebbe attestata su un atto d’accusa pesante sulle responsabilità della nostra classe dirigente nel consolidare una società capace unicamente di sopravvivere attraverso la paura.
Il fatto poi che la lectio si ispirasse allo spettacolo “Good People” di David Lindsay, spalanca le porte a una narrativa ricca e terribilmente attuale. Anche se non avevo voglia di farmi anche lo spettacolo, confesso.
Bauman ci ha fatto scoprire (la sala era stracolma) che il patto sociale sul quale si è ricostruito l’occidente dopo la seconda guerra, è rotto, infranto da una logica basata sulla generazione del profitto a ogni… Costo.
Ok non facciamola pesante, Bauman è un simpatico vecchietto capace di dare stoccate attraverso una retorica pungente, come il titolo di questo post e questo ha salvato la serata dalla gravità facendo sorridere più di una volta la platea.
Cosa c’è di peggio di un lavoro “rubbish” dal quale non puoi trarre niente per l’anima e men che meno per il portafogli, che ti costringe costantemente a calpestare la tua dignità, per paura di perderlo?
Semplicemente non averlo.
Pensiamo che ci sia un limite al cadere in basso, quando tocchiamo il fondo. Zygmunt è venuto a dirci che possiamo
ancora scavare…

Mc Curry alla Villa Reale di Monza

Steve McCurry è un esteta, ne ho avuto la conferma andando alla mostra a Monza. Il gusto della composizione non è certo un male o in conflitto con la necessità di documentare la realtà. Credo che sia un elemento della discussione sul tema della fotografia che si fa arte. McCurry non mette in posa le persone, ma decide di aspettare ore, giorni interi per ottenere nella propria inquadratura gli elementi che lui ha immaginato. È dunque dal pensiero che nasce lo scatto e non da un’abilità difficile da decifrare di essere magicamente nel posto giusto al momento giusto.
Innanzitutto occorre essere là dove accadono le cose. Da narratore mi sono sempre chiesto quali siano le cose che accadono, se quelle dei grandi della terra o degli effetti che le loro decisioni provocano nei molti, piccoli, del pianeta (noi). Ho provato più volte a sviluppare format di racconto basati sulle esperienze delle persone comuni “travolte” dalla storia. McCurry, con un’efficacia straordinaria, fa proprio questo: ferma le persone, siano ragazzine afghane, touareg africani, pompieri al lavoro sulle macerie delle Torri Gemelle e li mette in contatto con il fluire della storia. A modo suo, probabilmente scattando in continuazione, ma sempre guidato dalla necessità di comporre la realtà in un certo modo, parte del processo che porta alla sua comprensione. Se McCurry non si desse una spiegazione, sarebbe già diventato pazzo e noi con loro. Invece usciamo dalla mostra con un senso del tutto, indecifrabile, ineluttabile, ma del quale ci sentiamo, a meno che non siamo completamente drogati dalla nostra banale quotidianità, una parte necessaria.